Pubblicato il Aprile 22, 2024

L’idea di proteggere il portafoglio con le materie prime è corretta, ma gli strumenti finanziari comuni come gli ETC nascondono costi che possono distruggere i tuoi rendimenti.

  • Il ‘contango’ sugli ETC basati su futures (come il petrolio) erode il valore nel tempo, indipendentemente dal prezzo della materia prima.
  • L’oro fisico in cassetta di sicurezza offre una protezione dal rischio sistemico che un ETC, anche ‘physical’, non può garantire.

Raccomandazione: Prima di comprare, analizza la struttura del prodotto e il timing di mercato, non solo il trend del prezzo.

L’investitore privato è costantemente bombardato da notizie che sembrano urlare un’unica soluzione: comprare materie prime. Che si tratti di un’inflazione galoppante, di tensioni geopolitiche in Medio Oriente o di una siccità che minaccia i raccolti, la tentazione di rifugiarsi nell’oro, nel petrolio o nel grano è forte e apparentemente logica. Dopotutto, non sono questi i beni “reali” che mantengono valore quando la finanza tradizionale vacilla? Questa narrazione, sebbene seducente, semplifica eccessivamente una realtà estremamente complessa e piena di insidie per chi non è un trader di professione.

Le soluzioni più comuni proposte sono l’acquisto di un ETF su azioni di produttori o, più direttamente, di un ETC (Exchange Traded Commodity) che replichi il prezzo della materia prima desiderata. Sembra facile: un click e si è esposti al prezzo del petrolio. Ma è qui che si nasconde il primo, e più grande, equivoco. Questi strumenti non sono stati pensati per l’investitore di lungo periodo, ma per i trader che operano su orizzonti temporali di giorni o settimane. E se il vero nemico non fosse la volatilità del mercato, ma i costi impliciti e le trappole strutturali degli strumenti che usiamo per investirci?

Questo articolo non ti dirà quale materia prima esploderà domani. Il suo scopo è molto più importante: fornirti le chiavi di lettura di uno stratega dei mercati fisici. Analizzeremo perché gli strumenti più comuni possono essere un’arma a doppio taglio, smaschereremo i costi nascosti che erodono il tuo capitale, confronteremo la vera protezione dell’oro fisico con quella “cartacea” e capiremo quando i segnali di mercato sono reali e quando sono solo rumore di fondo. L’obiettivo è trasformarti da un passeggero passivo a un pilota consapevole delle tue scelte di investimento in questo settore affascinante ma spietato.

In questa analisi approfondita, esploreremo i meccanismi interni che governano gli investimenti in materie prime, offrendo una prospettiva strategica per l’investitore italiano. La struttura seguente è pensata per guidarti passo dopo passo attraverso le complessità di questo mercato.

Perché gli ETC sono lo strumento migliore per i privati per esporsi alle materie prime senza scadenza?

Per un investitore privato che desidera un’esposizione diretta a una singola materia prima come l’oro o il petrolio, le opzioni sono limitate. L’acquisto di contratti futures richiede competenze tecniche, capitali ingenti e una gestione attiva quasi impossibile per un non professionista. Le azioni di società del settore (es. compagnie petrolifere) offrono un’esposizione indiretta, soggetta al rischio specifico dell’azienda. In questo contesto, come evidenziato da molti analisti, gli Exchange Traded Commodities (ETC) emergono come la soluzione apparentemente ideale. Sono strumenti finanziari quotati in borsa, facilmente acquistabili e vendibili come un’azione, che replicano l’andamento di una materia prima o di un paniere di esse, senza una data di scadenza.

La loro forza risiede nella semplicità e accessibilità. Tuttavia, è fondamentale comprendere che non tutti gli ETC sono uguali. A differenza degli ETF, che sono fondi (OICR) conformi alla direttiva UCITS, gli ETC sono titoli di debito emessi da una società veicolo (SPV). Ciò introduce un rischio di controparte: se l’emittente fallisce, l’investitore potrebbe perdere il capitale. Per questo motivo, la scelta di un emittente solido e di un prodotto con un volume di fondi adeguato è cruciale. Come regola generale, un ETC dovrebbe avere un volume di almeno 100 milioni di euro per essere considerato sostenibile nel lungo periodo.

Per chiarire le differenze strutturali, analizziamo i principali veicoli di investimento. Il confronto seguente, basato su un’analisi comparativa dei costi e dei rischi, mette in luce i trade-off tra le varie opzioni.

Confronto ETC vs ETF vs Oro Fisico: Costi, Rischi e Liquidità
Criterio ETC su materie prime ETF su produttori Oro fisico
Costo annuo (TER) 0,11%-0,59% 0,30%-0,65% 80-250€/anno (cassetta)
Liquidità Alta (borsa) Alta (borsa) Bassa
Rischio controparte Presente (emittente) Minimo (UCITS) Nessuno
Protezione bail-in No No Sì (cassetta sicurezza)
Diversificazione Possibile (panieri) Alta (multiple azioni) Singolo asset
Dividendi No No

Sebbene sulla carta l’ETC sembri la scelta più diretta e liquida, il suo vero costo e rischio non risiedono nel TER (Total Expense Ratio), ma in meccanismi più subdoli che analizzeremo a breve. La scelta di un ETC non può prescindere da una profonda comprensione della sua struttura interna e del mercato sottostante.

Come il costo di stoccaggio implicito distrugge il valore del tuo ETC sul petrolio nel lungo termine?

Qui si svela una delle trappole più pericolose per l’investitore di lungo periodo: il costo di stoccaggio implicito, noto tecnicamente come “roll yield”. Molti ETC, specialmente quelli su materie prime non immagazzinabili facilmente come il petrolio o il grano, non detengono fisicamente il bene. Invece, replicano il suo prezzo attraverso l’acquisto di contratti futures. Un future è un contratto per acquistare o vendere una materia prima a un prezzo prefissato in una data futura. Poiché l’ETC non ha scadenza, deve periodicamente “rollare” i contratti, cioè vendere il contratto in scadenza e acquistare quello con la scadenza successiva.

Il problema sorge quando il mercato è in “contango”, una situazione in cui il prezzo del future con scadenza più lontana è più alto del prezzo del future in scadenza. In questo scenario, l’ETC vende a un prezzo basso e ricompra a un prezzo più alto, generando una perdita costante ad ogni “roll”. Questo fenomeno crea un’emorragia lenta ma inesorabile del valore. È un costo implicito, non visibile nel TER, che può annientare i rendimenti anche se il prezzo spot della materia prima rimane stabile o addirittura sale leggermente.

Grafico che mostra l'erosione del valore di un ETC petrolio nel tempo per effetto contango

L’impatto può essere devastante. In periodi di forte contango, come analizzato da esperti del settore, l’erosione può essere significativa. Ad esempio, studi passati hanno mostrato che il Roll Yield negativo sul petrolio poteva raggiungere una perdita implicita di quasi il 3% al mese. A parità di condizioni, questo significa che dopo un anno l’investitore avrebbe bisogno di un rialzo del prezzo del petrolio di quasi il 40% solo per andare in pari. L’investitore pensa di scommettere sul prezzo del petrolio, ma in realtà sta anche scommettendo sulla struttura della curva dei futures, un gioco da specialisti.

L’opposto del contango è il “backwardation”, dove i prezzi futuri sono più bassi di quelli attuali, generando un guadagno ad ogni roll. Tuttavia, per materie prime con alti costi di stoccaggio come il petrolio, il contango è una condizione molto frequente. Ignorare questo meccanismo è l’errore più comune e costoso che un investitore retail possa commettere.

Lingotti in cassetta di sicurezza o ETC Physical Gold: quale protegge meglio in caso di crollo sistemico?

Quando si parla di oro come “bene rifugio definitivo”, l’immaginario corre subito ai lingotti custoditi in un caveau. Tuttavia, la comodità degli ETC “Physical Gold” ha spinto molti investitori a optare per questa soluzione “cartacea”. Questi ETC sono diversi da quelli sul petrolio: sono garantiti da oro fisico allocato, detenuto in caveau per conto della società emittente. Sulla carta, ogni quota dell’ETC corrisponde a una frazione di oro reale. Ma in uno scenario di crisi sistemica grave, come un “bail-in” bancario o il fallimento di grandi istituzioni finanziarie, questa protezione è davvero solida come un lingotto?

La risposta risiede nella distinzione tra rischio di controparte e rischio sistemico. L’ETC, pur essendo “physical”, rimane un titolo finanziario. L’oro è di proprietà della società veicolo (SPV) e l’investitore detiene un titolo di debito verso di essa. Sebbene l’oro sia fisicamente presente, l’investitore non ne ha la proprietà diretta. In uno scenario estremo di default dell’emittente o del depositario, il processo di recupero del sottostante potrebbe essere complesso e non garantito al 100%. L’oro fa parte del bilancio di un’entità finanziaria.

Lingotti d'oro custoditi in cassetta di sicurezza blindata professionale

Al contrario, l’oro fisico di proprietà, custodito in una cassetta di sicurezza bancaria o in un caveau privato, è al di fuori del sistema finanziario. Come confermano le normative, in caso di crisi bancaria, il contenuto della cassetta è protetto al 100% perché non rientra nel bilancio della banca e non è soggetto a pignoramenti o bail-in. Questa è la massima forma di protezione dal rischio sistemico. Ovviamente, questa sicurezza ha un costo e dei limiti pratici: i costi di custodia annuali, l’assicurazione, la minore liquidità (vendere un lingotto non è istantaneo come vendere un ETC) e le possibili complicazioni in caso di successione, poiché la cassetta viene bloccata fino al disbrigo delle pratiche ereditarie. La scelta tra le due opzioni dipende quindi dal tipo di rischio da cui ci si vuole proteggere: l’ETC è un’ottima copertura contro l’inflazione e la volatilità di mercato, ma l’oro fisico è la vera assicurazione contro il collasso del sistema stesso.

L’errore di comprare materie prime quando l’inflazione ha già raggiunto il picco

L’assioma “le materie prime proteggono dall’inflazione” è una delle più grandi e costose semplificazioni nel mondo degli investimenti. Sebbene esista una correlazione, essa non è automatica e, soprattutto, dipende in modo cruciale dal timing. Le materie prime non seguono l’inflazione, la anticipano. Sono l’input primario di quasi ogni processo produttivo. Quando la loro domanda aumenta, i prezzi salgono, e solo in un secondo momento questo aumento si trasferisce sui prezzi al consumo, generando l’inflazione che leggiamo sui giornali. Comprare materie prime quando l’inflazione è già alta e sui notiziari è come arrivare a una festa quando le luci si stanno già spegnendo.

A quel punto, è probabile che le banche centrali abbiano già iniziato ad agire aggressivamente, aumentando i tassi di interesse per raffreddare l’economia. Questo porta a un rallentamento della domanda globale, che a sua volta fa crollare la richiesta di materie prime. L’investitore che ha comprato al picco dell’entusiasmo si ritrova così con un doppio problema: un’economia in frenata e il prezzo della sua materia prima in caduta libera. Per un investitore strategico, è fondamentale guardare agli indicatori anticipatori (leading indicators) dell’attività economica globale, non agli indicatori ritardati (lagging indicators) come l’indice dei prezzi al consumo.

Studio di caso: il Baltic Dry Index come barometro globale

Uno degli indicatori anticipatori più osservati dagli strateghi è il Baltic Dry Index (BDI). Questo indice misura il costo di nolo delle navi mercantili che trasportano materie prime “secche” (dry) come carbone, minerali di ferro e grano. Poiché queste sono le fondamenta dell’industria globale, una diminuzione del BDI segnala una minor richiesta di spedizioni e, di conseguenza, una contrazione imminente della domanda di materie prime. Ad esempio, è stato osservato che il Baltic Index ha rilevato un calo delle tariffe di circa il 49,71% in un dato periodo, anticipando un rallentamento economico. Guardare a indicatori come il BDI permette di “sentire il polso” dell’economia reale prima che i dati ufficiali confermino la tendenza.

L’investimento in materie prime come copertura dall’inflazione è una strategia proattiva, non reattiva. Richiede di acquistare quando l’economia accelera e la domanda è in crescita, non quando il problema dell’inflazione è già sulla bocca di tutti.

Quando le tensioni in Medio Oriente diventano un segnale di acquisto per gli energetici?

Le notizie di tensioni geopolitiche, in particolare in aree cruciali per la produzione energetica come il Medio Oriente, scatenano quasi sempre un rialzo immediato dei prezzi del petrolio. L’investitore retail è portato a pensare che qualsiasi escalation sia un segnale di acquisto. Tuttavia, anche in questo caso, la realtà è più complessa. I mercati energetici sono estremamente efficienti nel prezzare il rischio. Il prezzo che vediamo sullo schermo incorpora già un “premio per il rischio geopolitico”, ovvero un sovrapprezzo che riflette la probabilità percepita di future interruzioni dell’offerta.

Pertanto, il semplice “rumore di fondo” di tensioni persistenti ma controllate è già incluso nel prezzo. Ad esempio, nel corso del 2024, le quotazioni del petrolio si sono mosse in un range compreso tra 70 e 95 dollari al barile, dove la geopolitica ha agito da “pavimento”, impedendo ai prezzi di scendere sotto una certa soglia. Comprare basandosi solo sulle notizie di tensioni significa spesso comprare dopo che il mercato ha già reagito. Il vero segnale di acquisto strategico non è la tensione in sé, ma l’evento che la trasforma da un rischio potenziale a un reale e misurabile shock dell’offerta.

Uno shock dell’offerta si verifica quando un evento (un attacco a un’infrastruttura, un blocco navale, sanzioni) causa un’interruzione fisica e significativa del flusso di petrolio verso il mercato. È in questo momento che il premio per il rischio esplode, perché il mercato deve fare i conti con una carenza effettiva. L’analisi di un professionista si concentra proprio su questo: quantificare il potenziale impatto di un evento sull’offerta. Come sottolineato da Daan Struyven di Goldman Sachs in un’analisi di ottobre 2024:

Se si verificasse un calo sostenuto di 1 milione di barili al giorno nella produzione iraniana, si assisterebbe a un picco di aumento dei prezzi del petrolio l’anno prossimo, di circa 20 dollari al barile

– Daan Struyven, Goldman Sachs, ottobre 2024

La chiave non è quindi reagire al titolo di giornale, ma valutare se l’evento descritto ha la capacità di sottrarre barili fisici dal mercato in modo significativo e duraturo. Solo allora la scommessa ha un fondamento strategico solido.

Alimentari o Lusso: dove rifugiarsi quando l’economia rallenta?

Quando i segnali di rallentamento economico diventano concreti, come un Baltic Dry Index in calo o un’azione restrittiva delle banche centrali, l’investitore deve ricalibrare il proprio portafoglio. In questo contesto, non tutte le materie prime e i settori correlati reagiscono allo stesso modo. La distinzione fondamentale da fare è tra beni a domanda elastica e beni a domanda inelastica. Questa distinzione è la bussola per navigare in una fase di contrazione economica.

I beni di lusso e, per estensione, le materie prime industriali legate a produzioni non essenziali (es. alcuni metalli per l’automotive o l’elettronica di consumo) sono caratterizzati da una domanda elastica. Ciò significa che la loro domanda reagisce in modo più che proporzionale alle variazioni di reddito. Quando le famiglie e le aziende sentono la stretta economica, i primi acquisti a essere tagliati o posticipati sono proprio quelli non indispensabili: l’auto nuova, lo smartphone di ultima generazione, il gioiello. Di conseguenza, le aziende di questi settori vedono i loro profitti contrarsi rapidamente, e la domanda per le materie prime che utilizzano crolla.

Al contrario, i beni alimentari di base (grano, mais, soia, caffè) e i settori legati all’energia essenziale hanno una domanda inelastica. Le persone possono rinunciare a una borsa firmata, ma non smetteranno di mangiare o di riscaldare le proprie case. La domanda per questi beni di prima necessità tende a rimanere relativamente stabile anche durante una recessione. Per un investitore, questo significa che le grandi aziende produttrici e distributrici di beni alimentari di base (i giganti dell’agribusiness) o le utility energetiche offrono un rifugio più sicuro. I loro flussi di cassa sono più prevedibili e resilienti, offrendo una protezione relativa in un portafoglio azionario durante le fasi di rallentamento economico.

Come si calcola la rivalutazione del capitale del BTP Italia in caso di inflazione a doppia cifra?

Il BTP Italia è uno strumento pensato specificamente per proteggere i risparmiatori italiani dall’inflazione nazionale. La sua struttura è unica e comprenderla a fondo è essenziale, soprattutto in scenari di alta inflazione. A differenza di un BTP tradizionale con cedola fissa, il BTP Italia offre una doppia protezione: una cedola reale fissa e una rivalutazione semestrale sia del capitale investito sia della cedola stessa, basata sull’andamento dell’inflazione italiana misurata dall’indice FOI (Indice dei prezzi al consumo per le Famiglie di Operai e Impiegati, al netto dei tabacchi).

Vediamo con un esempio pratico come funziona il calcolo in un ipotetico scenario di inflazione elevata. Supponiamo di investire 10.000 € in un BTP Italia con una cedola reale annua del 1,60%. Ipotizziamo che l’inflazione registrata nel semestre di riferimento sia del 5%. Il “coefficiente di indicizzazione” sarà quindi 1,05.

Il calcolo della cedola semestrale non avviene sul capitale iniziale, ma sul capitale rivalutato. Ecco i passaggi:

  1. Rivalutazione del capitale: Il capitale di 10.000 € viene moltiplicato per l’inflazione del semestre. L’importo della rivalutazione pagato insieme alla cedola è: 10.000 € * 5% = 500 €.
  2. Calcolo della cedola semestrale: La cedola reale (1,60% annuo, quindi 0,80% semestrale) viene calcolata sul capitale già rivalutato. Quindi: (10.000 € * 1,05) * 0,80% = 84 €.
  3. Pagamento totale semestrale: L’investitore riceverà un totale di 500 € (rivalutazione) + 84 € (cedola) = 584 €.

Questo meccanismo assicura che non solo il capitale mantenga il suo potere d’acquisto, ma anche che il rendimento reale della cedola rimanga costante. Inoltre, per chi detiene il titolo fino alla scadenza, è previsto un “premio fedeltà”. È importante notare che in caso di deflazione, il capitale è comunque garantito (il coefficiente di indicizzazione non può scendere sotto 1), ma le cedole verrebbero calcolate sul capitale nominale non rivalutato.

Da ricordare

  • Gli ETC su futures (petrolio, grano) soffrono di ‘contango’, un costo implicito che erode il valore nel lungo periodo.
  • L’oro fisico in cassetta di sicurezza è l’unica vera protezione dal rischio sistemico, a differenza degli ETC che hanno un rischio di controparte.
  • Comprare materie prime quando l’inflazione è già alta è spesso un errore; bisogna osservare indicatori anticipatori come il Baltic Dry Index.

Come costruire un portafoglio bilanciato per un 40enne italiano senza esporsi troppo all’Italia?

Arrivati a questo punto, abbiamo smontato diversi miti e messo in luce le complessità nascoste dietro l’investimento in materie prime. Per un investitore italiano di 40 anni, con un orizzonte temporale ancora lungo, l’obiettivo non è fare scommesse speculative, ma costruire un portafoglio robusto e diversificato. Questo profilo di investitore è spesso, senza rendersene conto, già pesantemente esposto al “rischio Italia”: il lavoro, l’immobile di proprietà e magari una porzione di risparmi in titoli di stato sono tutti legati alle sorti dell’economia nazionale. La priorità assoluta diventa quindi la diversificazione geografica e di asset class.

Le materie prime possono giocare un ruolo in questa strategia, ma con estrema cautela e consapevolezza. Un’allocazione tattica, tipicamente non superiore al 5-10% del portafoglio totale, può offrire benefici di decorrelazione, specialmente in fasi di mercato turbolente. Tuttavia, la scelta degli strumenti è dirimente. Le lezioni apprese in precedenza ci guidano: bisogna evitare gli strumenti che presentano costi impliciti elevati (come gli ETC in contango) incompatibili con un orizzonte di lungo periodo.

Una strategia sensata potrebbe articolarsi così:

  • Oro: Destinare una piccola parte a un ETC Physical Gold di un emittente solido, magari domiciliato in una giurisdizione sicura come la Svizzera, per una gestione liquida. Per chi cerca la massima assicurazione contro il rischio sistemico, una frazione ancora più piccola può essere detenuta in oro fisico.
  • Altre materie prime: Evitare l’esposizione a singole materie prime tramite ETC su futures. Preferire invece ETF su panieri diversificati di “broad commodities” che mitigano il rischio specifico e l’impatto del contango, oppure investire in un ETF azionario globale su società produttrici di materie prime (settori minerario, energetico, agribusiness), che offrono una crescita del capitale e dividendi.
  • Focus sulla diversificazione: La maggior parte del portafoglio dovrebbe essere investita in un’ampia gamma di asset globali (azionario e obbligazionario mondiale), minimizzando l’esposizione specifica all’Italia al di là di quanto non sia già inevitabile.

Piano d’azione per l’investitore strategico: Audit del tuo portafoglio materie prime

  1. Analisi degli strumenti: Controlla ogni ETC/ETF che possiedi. È basato su futures o è “physical”? Qual è il suo volume e chi è l’emittente?
  2. Verifica del costo implicito: Se è basato su futures, ricerca la struttura della curva del sottostante. È in contango o backwardation? Stima l’impatto del roll yield sulla tua performance.
  3. Valutazione del timing: Hai comprato in reazione all’inflazione o basandoti su indicatori anticipatori? Valuta se la tua tesi di investimento è ancora valida.
  4. Coerenza con l’obiettivo: Lo strumento serve per una copertura tattica di breve termine o per un investimento di lungo periodo? Assicurati che la struttura del prodotto sia allineata al tuo orizzonte temporale.
  5. Ribilanciamento strategico: In base ai punti precedenti, decidi se mantenere, ridurre o sostituire la posizione con uno strumento più efficiente o con un’esposizione indiretta (azioni di settore).

L’approccio corretto per un 40enne non è inseguire la materia prima del momento, ma costruire un’architettura di portafoglio in cui ogni componente, incluse le materie prime, ha un ruolo chiaro e uno strumento adeguato per svolgerlo.

Prima di aggiungere qualsiasi materia prima al tuo portafoglio, analizza a fondo la struttura del prodotto e valuta se i suoi costi impliciti sono compatibili con il tuo orizzonte temporale. Una decisione informata oggi è la migliore protezione per domani.

Scritto da Elena Morandi, Consulente Finanziaria Indipendente (CFA) specializzata in gestione patrimoniale e ETF, con 12 anni di esperienza sui mercati azionari globali. Esperta in finanza comportamentale e costruzione di portafogli "pigri" per investitori a lungo termine.